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Alda Merini sulla lingua veneta

“I Veneti hanno la fortuna di avere una lingua che è poesia in sé, una musica perfetta…”

Alda Merini (poetessa scomparsa in questi giorni)

(Corriere del Veneto 3/11/2009)

 

Fiat, Marchionne precisa: ”Lo Stato ci deve 400 mln”

Oltre 400 milioni di euro: questa la cifra dei crediti di imposta dovuti alla Fiat dallo Stato italiano. Lo ha detto l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, aggiungendo in riferimento all’assenza di aiuti pubblici

“ogni vettura in Italia la vendiamo sottocosto. Il grande aiuto ce lo stiamo dando noi”. Parlando a Zurigo a margine di un incontro della Camera di Commercio italo-svizzera – scrive la Reuters – Marchionne ha detto che “alla fine di settembre il governo italiano ci doveva oltre 400 milioni di crediti di imposta”. “Siamo l’unica eccezione al sistema europeo”, ha proseguito Marchionne. “Nel 2004 eravamo disastrati e non abbiamo mai chiesto aiuto a nessuno. Non abbiamo chiesto una lira al ministro Tremonti”.

E QUANTI SCHEI G’ALA DA DARGHE LA FIAT AL STATO???????? E soratuto…quanti ai veneti?

L’è pesè de 3o ani che par la fiat i ricavi iè privati e i debiti iè publici.
L’è pesè de 30 ani che la fiat la continua a batar casa e ghe riva schei publici nostri.
Bela facia tosta.

Fonte : Il sole 24 ore

 

Cultura
inv

Il Veneto passò all’Italia in una camera d’albergo
Martedì 3 Novembre 2009 – 11:41 – Fernando Riccardi

Nel 1866, prima di quella che è passata alla storia come la terza guerra di indipendenza, il Piemonte si era impadronito di gran parte della penisola italica. Mancava soltanto Roma (che verrà presa nel settembre del 1870), Trento e Trieste (per le quali si dovrà aspettare la grande guerra) ma mancava soprattutto il Veneto. Dopo che nel 1859 la Lombardia era stata strappata all’Austria, ora si doveva arrivare fino a Venezia. La preda, del resto, era lì, a portata di mano, pronta per essere ghermita. Bisognava soltanto allungare la mano e metterla nel paniere. Per fare ciò, però, si doveva muovere guerra agli austriaci. La qualcosa non allettava troppo il buon Vittorio Emanuele II di Savoia troppo impegnato nella caccia alle anatre e alle polpose contadinotte piemontesi. Era indispensabile, perciò, trovare alleati e magari sperare che fossero gli altri a cacciare le castagne dal fuoco. Proprio come era accaduto qualche anno prima. Questa volta, però, la Francia, non era disposta a scendere in pista. Il Piemonte, che già aveva grossi problemi nella parte meridionale dello Stivale con la rivolta brigantesca, non se la sentiva di fare tutto da solo. Era indispensabile trovare un amico, uno di quelli tosti. Se la Francia nicchiava ci si doveva rivolgere altrove. E così ci si mise a flirtare di brutto con re Guglielmo di Prussia. Le trattative si incanalarono subito nella giusta direzione. E se la Prussia mirava a ridimensionare l’arroganza di Vienna, il maggiore ostacolo alle sue aspirazioni di stato guida della variegata nazione germanica, il Piemonte voleva mettere le mani sul Veneto. Il trattato di alleanza fu firmato l’8 aprile del 1866. Qualche settimana più tardi l’Austria, che cercava in tutti i modi di scansare la guerra (temeva molto la straripante forza militare dei prussiani), offrì il Veneto all’Italia in cambio della sua neutralità. La Marmora, però, fremeva per entrare trionfalmente a Venezia alla testa dei suoi soldati e rifiutò sprezzantemente l’offerta. E così la parola passò alle armi. Il 25 giugno, da Verona, rompendo gli indugi, le truppe austriache iniziarono a marciare verso la Lombardia. La Marmora, capo di stato maggiore dell’Esercito, poteva godere di una netta superiorità numerica: 200 mila uomini contro i 135 mila dell’arciduca Alberto d’Asburgo. Gli ufficiali sabaudi, però, erano l’un contro l’altro armati. Pessimi erano i rapporti tra La Marmora e Cialdini la qualcosa portò a dividere l’esercito in due tronconi: 12 divisioni al comando di La Marmora si schierarono sul Mincio mentre altre otto, agli ordini di Cialdini, presero posizione sul Po. In tal modo il consistente vantaggio andò a farsi benedire. Lo scontro si ebbe il 24 giugno a Custoza, oggi frazione del comune di Sommacampagna, nel veronese. Un luogo infausto dove già nel luglio del 1848 Radetzky aveva sconfitto Carlo Alberto di Savoia. Sedici anni dopo le cose non andarono granché meglio. Più che una battaglia si trattò di una serie di scaramucce che videro reparti dei due eserciti confrontarsi con alterne vicende. Alla fine della giornata le perdite austriache furono di gran lunga superiori a quelle italiane. Però, ironia della sorte, i primi restarono vittoriosi sul campo mentre i piemontesi si ritiravano in disordine al di là del Mincio. La Marmora era convinto di aver subito una grave sconfitta e voleva continuare ad indietreggiare fino all’Adda. Cialdini, dal canto suo, era rimasto immobile sulle sue posizioni. Si sarebbe potuto passare subito al contrattacco per cercare di infliggere al nemico il colpo decisivo. Tutto, invece, restò fermo. E mentre si discuteva sul da farsi, a Sadowa, in Boemia, l’armata prussiana sconfiggeva l’esercito austriaco. Fu la battaglia decisiva. L’Austria si affrettò a chiedere la mediazione della Francia per giungere alla cessazione delle ostilità. L’Italia, invece, che non era riuscita a cavare un ragno dal buco, rischiava di rimanere con il cerino in mano. Un burrascoso consiglio di guerra presieduto dal re in persona intimò a Cialdini di gettarsi all’inseguimento degli austriaci che si ritiravano verso l’Isonzo in cerca di un successo che potesse risollevare le sorti dell’onore sabaudo. Lo stesso ordine fu impartito alla flotta. Ma anche sul mare le cose andarono male, anzi malissimo. Il 20 luglio, a Lissa, un isolotto di fronte alla costa dalmata, la flotta di Persano subì una pesante sconfitta ad opera di Tegetthoff. Pesantissimo il bilancio: due corazzate affondate (la “Re d’Italia” e la “Palestro”) e 700 marinai finiti in fondo al mare. Eppure Persano (ritenuto poi responsabile della disfatta, processato e radiato dalla marina) poteva contare su 12 corazzate contro le 7 del rivale. La sconfitta bruciava ancora di più se si pensa che i marinai austriaci erano in gran parte veneti, istriani e dalmati e che il loro ammiraglio dava gli ordini in dialetto veneto.
Emblematico ciò che scrisse Tegetthoff: “Uomini di ferro su navi di legno hanno avuto ragione di uomini di legno su navi di ferro”. Né le cose andavano meglio per via di terra. Cialdini, giunto sull’Isonzo, si era dovuto fermare. Il 26 luglio, infatti, senza neanche avvertire l’Italia, la Prussia aveva firmato l’armistizio con l’Austria. La stessa cosa aveva fatto Napoleone III nel 1859 lasciando il Piemonte con un palmo di naso. La storia si ripeteva e la neonata nazione italiana non ci faceva certo una gran bella figura. Nella campagna bellica l’Italia non aveva collezionato che batoste. Ciò malgrado poteva sedersi al tavolo dei vincitori. Ma l’Austria la beffava ancora una volta cedendo il Veneto alla Francia. Sarebbe stato poi Napoleone III a girarla, come un pacco postale, al re sabaudo. Ma anche tale passaggio non fu automatico.
Il governo italiano incaricò Thaon de Revel di seguire le trattative. Il 19 settembre il generale si trasferì a Venezia e prese alloggio all’hotel Danieli. Gli incontri con il commissario francese Leboeuf e il generale austriaco Moering si tennero all’hotel De La Ville, sul Canal Grande. La città, intanto, veniva investita da una virulenta epidemia di colera che fece parecchie vittime. Le trattative, comunque, proseguirono e la Francia impose un curioso escamotage: il Veneto, prima di passare all’Italia, sarebbe stato consegnato a tre notabili locali. Il 19 ottobre, in una anonima stanza dell’albergo Europa, il generale Moering firmò la cessione del Veneto al commissario francese. Trenta minuti dopo i francesi passavano il Veneto ai notabili Gaspari, Giustiniani-Recanati e Emi-Kelder. Quest’ultimo, costretto a letto da una malattia, firmò il documento subito dopo in una camera dell’albergo Baviera.
In rapida successione i notabili cedevano il Veneto all’Italia. E così tutto fu compiuto. L’antica terra della gloriosa Repubblica di San Marco diventava definitivamente italiana. Così disse Thaon de Revel: “Meno male che questo (la cessione, nda) si passasse in una camera d’albergo con poche persone presenti”. Ancora più laconica la “Gazzetta di Venezia”: “Questa mattina, in una camera dell’albergo Europa, si è fatta la cessione del Veneto”.
Il 21 e 22 ottobre si tenne la ormai solita farsa del plebiscito con il quale si chiamavano i veneti a pronunciarsi sull’annessione all’Italia. La solita efficiente organizzazione sabauda, molto più abile nei magheggi politici che sul campo di battaglia, preparò le cose per bene enfatizzando la ferma volontà della gente del posto ad abbracciare la bandiera tricolore. Cosa, di fatto, inesistente. Basti pensare che nel corso della guerra, su 7 mila soldati veneti inquadrati nell’armata austriaca, soltanto in 22 disertarono per arruolarsi nell’esercito italiano.
Il risultato comunque fu schiacciante: 641.757 sì, 69 no e 366 schede nulle, pari ad una percentuale, molto più che bulgara, del 99%. Ultimate le operazioni di voto i soldati e i funzionari austriaci lasciarono il Veneto. Quella terra già ceduta da Napoleone a Vienna iconobbe il pugno di ferro dell’amministrazione italo-savoiarda. Qualche anno dopo una terribile crisi economica mise in ginocchio la regione e in molti (quasi tre milioni) si videro costretti ad andare a cercare fortuna altrove.
Anche il nord, come il meridione d’Italia, assaporava il pane amaro dell’emigrazione. Come era lontano il tempo in cui Venezia dominava il mondo con le sue navi e i suoi commerci. Adesso era tutto finito. E se fino a pochi mesi prima il Veneto era parte integrante di uno sconfinato impero, ora era solo una colonia “accessoria” di uno stato piccolo ma prepotente.

Fonte :  Rinascita – Quotidinano di Sinistra Nazionale

Finalmente un poca de luce in fondo al tunel de la sinistra, almanco da na parte de la so stampa.
A quando na sinistra veneta europea che, come in catalogna e paesi baschi, difende e promove i popoli, le lengoe e le so legitime aspirazion de indipendenza?
Forsi fra un par de generazion, quando tuti i ruinazi dela prima e dela seconda republica ancora ligà al comunismo sovietico i narà in pension? Mah…
A destra, a parte qualche caso, no s’è mia mesi tanto mejo, anzi…

Eco chi do video do che el Dino da Sandrà el conta la storia dei veneti.

L’è bona da far vedar anca dai butini.

Primo toco :

Secondo toco :

L’emergenza meridionale

IL SUD TRAVOLTO DALLE INCHIESTE

L’emergenza meridionale

L’inchiesta che coinvolge l’ex ministro della giustizia Cle­mente Mastella, alcuni suoi familiari ed esponenti dell’Udeur è l’ultimo tassel­lo che si aggiunge alle affol­latissime cronache politi­co- giudiziarie campane. Ha scioccato tutti il caso di Castellammare di Stabia: il camorrista con tessera del Pd che ha ammazzato un consigliere comunale del suo stesso partito. Poi c’è stata la sconsolata intervi­sta ( Corriere , 20 ottobre), di fatto una dichiarazione di impotenza, di Enrico Mo­rando, commissario straor­dinario del Partito demo­cratico in Campania. Men­tre, a pochi giorni ormai dalle primarie del Pd, si di­scute se sospenderle o no in Campania, date le condi­zioni in cui versa il partito (come dimostrano i tesse­ramenti gonfiati dalle lotte di corrente). Una débâcle per il Pd in una regione nel­la quale la sinistra è domi­nante da decenni. Si ag­giunga, per completare il quadro campano, che an­che a destra, nelle fila del­l’opposizione, non se la passano bene. Come mo­stra il conflitto, interno al Pdl, sulla candidatura alle regionali di Nicola Cosenti­no, a sua volta coinvolto in un’indagine per presunte relazioni con la camorra.

Premesso che l’unico modo per salvaguardare un minimo di civiltà è te­nersi abbarbicati alla pre­sunzione di non colpevo­lezza per qualunque inda­gato, resta che i discorsi che si sentono fare sanno di vecchio. Si può continua­re a guardare il dito anzi­ché la luna e raccontarsi che il problema sono le «in­filtrazioni » criminali nei partiti o il clientelismo dei politici. Ma significa pren­dersi in giro. I partiti, orga­nizzati o no, pesanti o leg­geri, sono strutture che si adattano all’ambiente. L’ambiente è il Paradiso? I partiti saranno composti da angeli. L’ambiente è l’in­ferno? Prevarranno i diavo­li. L’ambiente chiede soste­gno al mercato? E’ ciò che i partiti daranno. L’ambien­te chiede spesa pubblica e clientelismo? I partiti sod­disferanno la richiesta.

Non è dai partiti ma dal­la società che dovrebbe partire la bonifica. Il pro­blema (che sta mettendo a rischio l’unità stessa del Pa­ese) della Campania, come di vaste zone del Sud, è che non c’è più da decenni un progetto plausibile per lo sviluppo nel Mezzogior­no. Non ce l’ha la destra co­me non ce l’ha la sinistra. A meno che non si dica che il progetto per il Mez­zogiorno sia il federalismo fiscale (si può immaginare l’effetto catartico del fede­ralismo fiscale su Castel­lammare di Stabia). O la banca del Sud. O i piani per una «Lega Sud» (che sarebbe anche una buona idea ma solo se il suo slo­gan fosse «mettiamoci a fa­re denaro», ossia impegna­moci per lo sviluppo, anzi­ché «dateci i denari»).

Forse sarebbe il caso di convenire che in ampie zo­ne del Sud (non in tutte, certo) mancano attualmen­te le condizioni minime che rendono praticabile la democrazia locale (comu­nale, provinciale, forse an­che regionale) e che un commissariamento centra­le si rende, per quelle zo­ne, e per molti anni, indi­spensabile. In modo da co­ordinare interamente dal centro sia la guerra alle or­ganizzazioni criminali sia l’imposizione (per lo più, contro le classi dirigenti lo­cali) di progetti di svilup­po. Occorrerebbe un accor­do di ferro fra maggioran­za e opposizione. Siccome quell’accordo non si può fa­re, continueremo ad ascol­tare impotenti le notizie che arrivano dalla Campa­nia e da altre zone del Sud lamentando le solite infil­trazioni, la solita corruzio­ne, il solito clientelismo.

Fonte: Corriere della Sera

Ecco la società multietnica razzista

«Veneto di m…» con la vernice bianca
Tre baby vandali nei guai: hanno 10 anni
Uno italiano, un altro marocchino, albanese il terzo: insieme hanno riempito di scritte il centro di Gaiarine, chiesa inclusa. Ora le famiglie pagheranno i danni

GAIARINE (Treviso) – Teppisti di notte a dieci anni. Sono tre bambini i responsabili del raid vandalico che intorno alle 23,30 di lunedì sera ha deturpato il centro di Gaiarine. Un marocchino, un albanese ed un italiano, il capobanda, trovato dai carabinieri della compagnia di Conegliano con le mani ancora impiastricciate della vernice bianca con cui la babygang ha imbrattato di bestemmie e parolacce, fra cui «Veneto merda», diverse strade, spiazzi, auto, serrande, vetrine e perfino il portone della chiesa. Ora i negozianti danneggiati, ma anche il Comune, intendono chiedere i danni alle famiglie dei monelli.

Fonte: Corriere del Veneto

Dopo 143 ani che el Veneto l’è na soto la Italia, 5 ani dopo che no fa el resto dele region, cosa n’è restà?
Nel 2011 gh’è i festegiamenti par l’unità d’italia.
Ma noaltri veneti, a parte che el 150° el saria nel 2016,  ghemo da festegiar?

Ve meto on poca de documentazion chi par ci g’ha oia de lezar, scoltar, vardar.

Plebiscito annessione Veneto

VENEZIA (17 ottobre) – Un cartone animato americano trasmesso in lingua originale ma anche in dialetto veneto. “Clifford, el can che parla in veneto” è il cartoon che, alternando un episodio in veneto e l’altro in inglese, dal 19 ottobre andrà in onda su Antenna Tre Nordest alle 17.45.
Sono 25 storie che, grazie all’iniziativa dell’assessorato regionale all’Identità Veneta, per 1800 ore hanno tenuti impegnati nel doppiaggio più di 40 volontari della compagnia teatrale Astichello di Monticello Conte Otto (Vicenza).

«Sbaglia chi pensa che lo strumento comunicativo del futuro sia solo l’inglese – sottolinea il vice governatore del Veneto, il leghsita Franco Manzato – In realtà con questa iniziativadimostriamo che il Veneto ha piena legittimità a stare fiancodelle altre lingue. Per questo puntiamo a far sì che al più presto lo studio del dialetto entri nei programmi scolastici del Veneto».

«Ricordo le parole di mio padre Giorgio che ci ha insegnato arimanere legati alla tradizione, ma con lo sguardo a Manhattan. – ha detto da parte sua l’editore Thomas Panto, presentando il cartone animato nella sede di Antenna Tre – Ecco, l’acquisto dei diritti di una serie americana e la traduzione delle storie in veneto rappresenta il nostro modo di fare servizio pubblico, favorendo nei telespettatori la valorizzazione della nostra identità linguistica».

Fonte :  Il Gazzettino

TELEARENA E TELENUOVO SA SPETELI???  L’ANO DEL MAI??!!!

Diplomi facili in Sicilia e Calabria

Diplomi facili: 7 arresti, 200 denunciati in

Sicilia e Calabria

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MILANO (Reuters) – La Guardia di Finanza di Gela ha eseguito oggi sette ordinanze di custodia cautelare – quattro in carcere e tre agli arresti domiciliari – e il sequestro di 12 istituti scolastici, in un’indagine sul rilascio facilitato dietro pagamento di diplomi di scuola secondaria a studenti attirati da tutta la penisola.

Lo rende noto la Guardia di Finanza in un comunicato, precisando che sono 200 le persone — tra docenti, ispettori, personale amministrativo e dirigenti — denunciate a vario titolo nell’ambito dell’operazione “Atena”, per reati tra cui associazione a delinquere, corruzione, favoreggiamento personale, frode fiscale e falsi.

Le indagini, spiega la nota, hanno consentito di svelare la presenza di un’organizzazione criminosa — con base prevalentemente a Gela, Licata e Catania ma con ramificazioni in altre province della Sicilia e in Calabria — che, facendo apparire come effettivamente realizzate attività scolastiche (come frequenza e superamento di esami) in realtà mai eseguite, rilasciava diplomi di scuola secondaria ricevendo in cambio compensi tra i 3.000 e i 5.000 euro.

“Almeno 400 diplomi sono stati rilasciati – in frode a normative – all’interno di questi istituti, divenuti un polo d’attrazione per studenti non volenterosi provenienti da tutta Italia”, ha spiegato a Reuters il capitano della Guardia di Finanza di Gela, Nazario Saccia. “Venivano ricostruiti fittiziamente interi percorsi scolastici per consentire l’ammissione agli esami di Stato … anch’essi completamente falsati”, ha aggiunto.

Gli illeciti venivano portati avanti anche grazie alla collaborazione di presidi e docenti che si prestavano — dietro compenso — alla falsificazione di registri e atti d’esame, pur essendo coscienti della scarsissima preparazione degli studenti.

“Alla redazione di atti falsi partecipava anche personale amministrativo in servizio presso gli istituti scolastici, consentendo l’iscrizione degli alunni anche se privi dei necessari requisiti previsti e addirittura, in alcuni casi, effettuando iscrizioni al quinto anno pochi giorni prima di sostenere l’esame di Stato”, si legge nella nota.

“Sono inoltre indagati per corruzione due ispettori dell’ufficio scolastico regionale”, ha precisato il capitano Saccia, spiegando che i due, “pur avvedendosi delle irregolarità, omettevano dietro compenso di rilevarle, consentendo di fatto il permanere dello status scuola paritaria in capo a questi istituti”.

I ragazzi – che non frequentavano le lezioni e sostenevano “esami farsa” – arrivavano nei 12 istituti grazie a “centri studi affiliati, istituiti al fine di procacciare studenti a cui rilasciare diplomi facili.

Oltre al sequestro di 12 istituti scolastici e di otto società di controllo – conclude la nota – è stato disposto il sequestro di beni immobili e finanziari nella disponibilità degli indagati del valore di circa due milioni di euro.

Fonte : Reuters

Muraro inaugura la scuola in dialetto Donazzan: rovina l’immagine dei veneti
Conegliano, l’assessore all’Istruzione accusa il presidente leghista della Provincia di Treviso

Leonardo Muraro inaugura la scuola con un discorso in dialetto

CONEGLIANO (Treviso) — In principio furono campi e strade. Con, rispettivamente, il ministro Luca Zaia in piedi su un covone di fieno a Valeg gio sul Mincio ad ammansire in vernacolo un gruppo di agri coltori furibondi ed il sindaco Gian Paolo Gobbo ad inaugu rare nello stesso idioma la nuo va viabilità del complesso San t’Artemio a Treviso. Ma la passione leghista per il dia letto è solennemente esplosa anche nelle scuole: al taglio del nastro della nuova sede della Ragioneria di Coneglia no, costruita dalla Provincia, il presidente Leonardo Muraro ha tenuto rigorosamente in ve neto il discorso ufficiale davan ti ad oltre 1.100 studenti.

Un caso politico che aggiunge benzina al fuoco incrociato tra il Carroccio ed il Pdl: l’assesso re regionale all’Istruzione Ele na Donazzan accusa l’esponen te della Lega di essere «un pro vocatore che evidentemente non sa esprimersi in italiano». Chissà cosa ne avrebbe det to Marco Fanno, l’economista coneglianese a cui è dedicato l’istituto tecnico commerciale da 4,7 milioni di euro, un ebreo che a causa delle leggi razziali fu sospeso dall’inse gnamento per sette anni. «Noi dobbiamo tenere alle nostre ra dici », ha chiosato Muraro, nel tornare a battere sul tasto le ghista dell’identità, secondo il binomio «crocifissi in tutte le aule» e «appalti pubblici alle imprese locali». Questa, per la verità, è la traduzione in italia no delle parole del leader delle Province venete, che alla sua domanda d’esordio «Tosati, se parlo in diaeto me capì?», s’è sentito rispondere con un au tentico boato di assenso.

E allo ra giù con «atension ae pasti gliete, parché se pol divertirse anche sensa rovinarse l’esi­stensa », per sensibilizzare gli allievi al rischio degli stupefa centi, piuttosto che con «me despiase che l’aeronautica ga sbajà e semo qua incalcai co me sardee», per spiegare una situazione logistica non otti male a causa dell’errata previ sione meteorologica che ave va annunciato pioggia sulla ce rimonia inizialmente program mata all’aperto. Invece no, a tratti ha fatto ca polino anche un pallido sole, sull’appuntamento inaugura le. Ma fulmini e saette sono piovuti comunque, ancorché non dal cielo bensì dalla lagu na, mittente l’assessore Donaz zan. «Da amante del Veneto per parte paterna e del pie montese per parte materna – tuona la rappresentante del Po polo delle Libertà – dico che l’italiano è violentato quotidia namente dall’ignoranza di tan ti. Coloro che fanno propagan da elettorale strumentalizzan do il dialetto semplicemente non parlano bene la lingua na zionale ed allora, per evitare brutte figure, si lanciano in boutade mediatiche degne più di YouTube che di un contesto serio com’è la scuola, istituzio ne ancora più alta di un’espres sione geografico- territoriale qual è un’amministrazione provinciale. Come rappresen tante delle istituzioni, anche se orgogliosamente trevigia no, Muraro avrebbe dovuto parlare non in un buon, ma ad dirittura in un perfetto italia no. A questo punto mi viene il dubbio che il presidente non lo padroneggi così tanto da sentirsi sicuro di parlarlo in pubblico».

Dichiarazioni al vetriolo, a cui ha fatto però da contralta re l’entusiasmo con cui centi­naia di adolescenti hanno ap plaudito l’intervento in veneto del numero uno della Provin cia di Treviso. «Ma i giovani sono giustamente dei dissacra tori – ha commentato l’assesso re Donazzan – per cui non po tevano che accogliere con sim patia una tale uscita. Il proble ma è che ai nostri ragazzi dob­biamo insegnare il rispetto per le istituzioni. Un valore che si dimostra anche nell’uso appropriato della nostra lin gua nazionale. Per cui, ad esempio, altro che esami di dialetto: gli insegnanti andreb­bero sottoposti a test di italia no. E uno come Muraro do vrebbe scusarsi per l’immagi ne che i veneti danno in giro per l’Italia. Personalmente, an zi, lo ritengo responsabile del lo svilimento della mia dignità ».

Fonte : Corriere del Veneto

De’l “svilimento della mia dignità” l’è propio ela la responsabile, bastaria colegar n’atimo el zervelo prima de parlar e el problema l’era bel che a posto.
Par la Donazzan tuti i zoeni che i parla en lengoa veneta iè dei dissacratori e inveze quei che i parla in italian iè dei brai buteleti, gente par ben…sto chi l’è el mesagio che l’italia la g’ha inculcà ne la zuca dei veneti dai tempi de Vittorio Emanuele, pasando par el fasismo e par la republicheta de deso.
E ci che parla in “dialeto” l’è parchè no el conose mia l’italian la dise ela.
Le solite paroe che ghemo sentio zà no so quante olte, un disco roto ormai, i unici argomenti che i g’ha par sostegner le so tesi nazionaliste.
Ma si dai…la g’ha reson…cosa volio che sia 1100 ani de republica veneta in confronto a 150 ani de italia…
Ma un posto a Roma par sta chi ghelo mia? In qualche ente magari, cosita se la cavemo dale bale.
O magari calche parente in piemonte la dovaria averghelo…

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